
Un indice provvisorio, inviato a Giovanni Macchia in una lettera del novembre ’49, ci rivela che Col rovescio del binocolo era il primo titolo ideato da Montale per quella sezione della Bufera e altro (1956) che diverrà infine ‘Flashes’ e dediche. L’espressione singolare che caratterizza quel titolo mancato mi è subito riaffiorata alla mente per introdurre almeno i primi due testi inediti di Pietro Tabarroni che qui si presentano, vale a dire le poesie-cartoline Copenhagen e Morgex, in cui in effetti l’esperienza del viaggio si miniaturizza e rimpicciolisce nella percezione mnemonica del soggetto scrivente secondo modalità non troppo dissimili da quelle impiegate in alcuni celebri testi montaliani. A proposito della percezione che il soggetto ha di sé e della propria esperienza, occorre però in questo caso tenere presente anche il fatto che Tabarroni ha di recente pubblicato un saggio dedicato tra gli altri a Giorgio Bassani, un autore in cui la distanza gioca un ruolo fondamentale nel processo di innescamento della memoria, in un binomio ispiratore fondamentale per la scrittura. A ogni modo, il modello di Montale e della Bufera sembra sottostare anche alla descrizione del personaggio femminile protagonista di Grigia Pesach, in cui le allusioni bibliche e il ruolo soterico che il soggetto poetico sembra a lei attribuire rimandano immediatamente a Clizia. A differenza di quel mirabile libro montaliano, in questi testi non si rileva però uno sfondo storico-collettivo da cui emerga per contrasto o giustapposizione la vicenda privata che si racconta: essa vale per sé stessa, come è tipico di molta lirica contemporanea. Tuttavia, Tabarroni si discosta da una pronuncia pienamente cantabile, cerca anzi soluzioni alternative sul piano della forma e della lingua, come testimonia l’inserzione di alcune righe di prosa in Copenhagen e la generalizzata alternanza tra versi brevi e versi invece più lunghi, piani e narrativi. L’impressione generale, dunque, è quella di un’esperienza pienamente assorbita dalla letteratura (e viceversa), di un vissuto che viene rimodellato tramite le diastoli e le sistoli di un pensiero che pare muoversi nel rischioso accostamento di impulsi tra loro discordanti, eppure parte di una medesima melodia di fondo.
COPENHAGEN
Tre giorni di nebbia
tre giorni di sole.
Col sole la neve
di notte si muore.
Non è il freddo
è solo il tempo che è stanco
e si sfalda e dai buchi
cadono, ciniche, le parole.
I laghi mi cambiano in meglio sospiro di più e penso alle foglie. Sono belle ma cadono come i capelli nel bagno li ho raccolti e mi faceva un po’ pena pensare che erano su una testa qualche giorno prima.
Sotto le nubi si alzano gli aironi e le anatre:
io non li ho visti volare.
Copenaghen mi ha rubato uno scatto sincero
due vecchi decrepiti stringono
quattro giorni di vita ciascuno.
Insieme mi guardano, straniti
e so perché.
Ci sono stato mille volte, io che non so viaggiare
ma non era così lucida e serena e spietata e così poco severa.
MORGEX
Rimarrà, di questo tempo a Morgex
un’immagine di nebbia
incastonata tra i crinali
un’angoscia divertita
qualche goccia di pioggia.
Una nuova malinconia ho provato
sfilando, solo, attraverso il borgo
in silenzio lungo la rete di un orto.
Piegato un Laerte piantava
bulbi di loto nella terra fradicia e io
lontano da un’estate di sale
scoprivo
nuove masticate parole
frammenti primitivi
un vago senso di morte
le ossa distese in preghiera
un dio senza nomi
il timore di un’antica solitudine.
Tutto si raccoglie in bianca luce
al ritorno.
GRIGIA PESACH
Grigia Pesach
un’ombra quieta
lieta una voce rimane muta
per qualche ora, noi come quasi sotto
le colline.
Chissà com’è l’aria
lassù, al giardino del Guasto
oggi dietro gli occhiali neri ti aspettavo
sotto la prua tesa d’ombra
delle sue mura.
Scendevi dai libri al Cafè
alla tua maniera
senza sussulti
ai gomiti sempre
stringendoti.
E una mia Pesach, mi dicevo
qui appare, dove l’ombra mi ha dato ragione
dove ho indovinato una trama di nei
sul tuo ventre bianco
tra i seni asciutti di studio.
Non lo vidi mai.
Una tenue latenza, sacra
lo rivelò
appena un giorno dopo.
S’intonano, i tuoi no
al silenzio grigio di Pasqua
al ferro delle urla ubriache
come davanti alle colline
il vino rosso mosto sulle gengive
e una brace lombarda sul greppo volgare
ci scalda.
Puoi declamarmi come vuoi
vedermi tu, sola, come uno specchio.
L’ombra in cui sussurri «sono magra»
sfila nuda
fuori dal sepolcro.
Ho qualche dubbio di troppo
una franca voglia di uscire al freddo
ammansito dalla lava del tuo volto.
Un Angelo ronza, terribile
come un bruto moscone
sopra la stazione una nube violacea
lo annuncia, ci attende
svanirà nello schiocco buffo di un cardine
dietro un vetro
scompare una festa sacra
la corriera opaca
il tramonto olocausto.
Puoi mettermi in rima
subito, come vuoi
appena estinte
le ceneri di Pasqua.
Io starei al mio posto
come quando parli di poesia
non citando i piedi e gli anapesti
per non imbarazzarmi.
Sarei per te un metro stupido
sestina di senari
che si apre, fratto fratto
senza stile
senza strappi
senza parola.
Saresti, tu per me
l'ombra pesante, un deserto adeguato
in cui estinguermi, beato
lentamente.
***
Pietro Tabarroni è laureato in Filosofia e in Italianistica. Nel 2025 ha conseguito il dottorato presso l’Università di Bologna, dove ha svolto la sua attività di ricerca nell’ambito della Letteratura italiana contemporanea e delle Environmental. Ha pubblicato articoli su Saba, Bassani, Pasolini e un saggio, Letteratura senza Natura. Calvino, Bassani e gli iperoggetti, per la Bologna University Press. Attualmente è cultore della materia e tutor didattico per i corsi di Letteratura italiana contemporanea presso l’Università di Bologna.
