
Ci si può chiedere in quale modo possano risultare utili a un poeta d’oggi gli studi classici, se solo queste fossero domande che qualcuno si pone. È noto, d’altra parte, che le memorie dei nostri tempi si sono indebolite e pensarsi – anche solo idealmente – continuatori di tanto antichi maestri potrebbe apparire come un discorso da re dei pazzi. Eppure, i classici ancora parlano e la loro voce non vuole affievolirsi: con persistenza, infatti, negli ultimi decenni il mito classico ha abitato le scritture dei contemporanei, come dimostrano recenti riletture in chiave pop (dal cinema al fumetto al romance) di elementi mitologiche e le numerose pubblicazioni di saggi, raccolte di poesie e romanzi che si sono susseguite negli scaffali delle librerie. Quando si leggono i primi testi di Emilio Fiore, dottore in Filologia Classica, i riferimenti al mondo antico sembrano in effetti essere molto più che erudite o dissimulate reminiscenze. Il classicismo di Fiore, se così può essere definito, è un classicismo al tempo stesso lessicale e metaforico: i titoli, i personaggi e i riferimenti dell’antichità non costituiscono il tema delle sue poesie, ma costituiscono in maniera abbastanza evidente il tramite tra il suo sguardo e il mondo circostante. Solo così gli ulivi sacri ad Atena possono essere accostati alle odierne pale eoliche (Genesi), solo così Osci e Picentini divengono nozioni da dimenticare, sebbene siano infine oggetti irremovibili nella biologia del soggetto poetico, prima che quest’ultimo s’imbarchi nel mare del mondo (Geografia clinica, un titolo stupendo) e solo così, infine, la bucolica età dell’oro si fa riflesso di uno sguardo in cui ci s’imbatte quasi per caso e che conduce altrove, in un gioco di occhi e specchi, come se venissimo catturati in un paretaio di memoria e futuro.
GENESI
Ho posto un sigillo al mio ricordo
cosicché nessun altro possa privarmene:
vedo negli occhi
la forma dell’iride e
un cardiogramma di monti
separare le due grandi acque,
in alto il cielo libero dalla rete di stelle
in basso il mare rilassarsi silenzioso,
sembra aleggiare una leggera foschia
come un soffio vitale dar vita
papaveri, ulivi, pale eoliche.
Ho posto un sigillo al mio ricordo
è la genesi
perfetta del giorno,
fino a quando due occhi umani
non la succhiarono.
GEOGRAFIA CLINICA
Partissi io per il mondo
dimenticherei
gli occhi e gli scherni degli Osci,
i Picentini, guardiani delle idee,
e il loro gelido soffio,
che scende
dalla fronte ai talloni,
e trattiene la terra.
Dimenticherei
finalmente
la morsa delle catene,
ma l’abbraccio dei monti
conosce
il seno di mia madre
e il posto in cui riposa
il mio debole cuore
che non capisce.
L'ETÀ DELL'ORO
Esiste un tempo della vita
in cui gli antichi mori cedono
e il do ut des si spezza e
cade.
I segreti occhi dei vecchi
custodiscono
l’età dell’oro
che scalcia il baratto:
la grande tavola a quadri
il vino imbottigliato da sé
un piatto
e basta.
Come una spugna nera efficace
così la pupilla,
è lì che entro
e più scura diventa, gratuita,
la sclera di Lina,
il sacro lenzuolo bianco
traccia su traccia
delle mie inquietudini.
Noi,
è un unico piano affollato.
Perché non hanno fatto
tante alte e schiette scale
per i miei calli
per i lividi dei miei fratelli
per le lacrime di mia sorella,
per tutto il denaro regalato al contrappasso.
Morirò,
e con me il mio sogno,
sarò anch’io tavola imbastita
e il mio sangue vino nostrano
ai vermi
condannati a divorarsi a vicenda.
Un albero nascerà,
forse un fiore,
che possa godere
il frutto e il sole
del vicino che per caso calpesta il piede
alla radice.
GLI UCCELLI
Conoscevi il modo con cui nascono i cirri
e me lo raccontavi
in un rituale di voce misterica:
dai rivoli di fumo racchiusi in gomitoli
alle capriole eoliche che salgono mattone mattone
alla fiamma rossa gamma quella nata
dal soffio scirocco delle labbra di tua mamma.
Quanto ti premeva parlarmi dell’importanza
degli uccelli raccomignolati
e dei loro artigli ipotermici,
quando l’ultimo sbuffo di fumo che spegne
il fuoco li mette in moto
e radunano le ceneri sparse dei Lari
in forma di veli panàcei
per la cura degli occhi grassi
e di sere stanchi: i cirri.
Gli uccelli che conoscono solo il caldo buono
gli uccelli che imparano le note ore di sonno
gli uccelli che cantano solo alla fine del sogno.
***
Emilio Fiore è nato a Pollena Trocchia (Napoli) il 16 marzo 2001 e vive ad Avellino. Si è laureato in Lettere Classiche presso l’Università degli Studi di Salerno e in Filologia Classica presso l’Università di Bologna. Alcuni suoi testi sono stati pubblicati sul «Corriere dell’Irpinia» e in un articolo del collettivo «Libera Poesia Contemporanea». Ha ricevuto diversi riconoscimenti letterari, tra cui il Premio Speciale della Giuria al concorso nazionale di poesia inedita «Ossi di Seppia» di Arma di Taggia.
