
Se è vero, come ebbe a scrivere Italo Calvino, che i classici hanno il potere di nascondersi «nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale», tutti quanti allora conoscono, anche senza averlo visto, la meravigliosa sequenza che apre Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders, in cui le parole di una poesia vengono tramutate in immagini di poesia, con gli angeli che volano sopra la città e ascoltano i pensieri dei suoi abitanti, alternando planate dall’alto a ravvicinati primi piani rasoterra. Su un simile movimento di macchina da presa, su una simile opposizione di montaggio si gioca l’intera «trilogia dell’abbandono» di Stefano Raimondi, composta da Per restare fedeli (2013), Il cane di Giacometti (2017) e L’Atalante (2024). Al di là di una semplice questione di posizionamento, il paragone cinematografico giova in effetti a una più precisa e aderente comprensione dei testi, che sono costruiti tramite sequenze immaginifiche, talvolta anche esplicitamente ispirate alla settima arte. Ma non è tutto qui. Il taglio visivo-narrativo, infatti, con i suoi punti d’ombra e luce, insieme con l’attenzione a posizionare il punto di vista non costituiscono per Raimondi scelte meramente tecniche; sono anzi un elemento tematico, una parte integrante del sentimento a cui il poeta tenta di dare voce, ovvero l’abbandono, così sospeso tra pieno e vuoto, tra liberazione e delirio, tra sfilacciamento e inchiodata. D’altra parte, già con La città dell’orto (2002) Raimondi aveva dato prova di saper tratteggiare, tramite una calibrata reazione strutturale di sequenze e immagini, il complesso stato emotivo della partenza, della fine, della morte: il distacco da un padre che si tramuta in personaggio, in «nome continuo», sì, ma con la capacità di conservare al tempo stesso una dimensione tanto corporale da trasfigurarsi urbanamente nella Milano-orto che fa da scenario all’intera parte terza del libro. Una sovrapposizione delicata e sfumata - con i termini del montaggio cinematografico si direbbe una lunga transizione -. in cui però tutto infine coincide.
Qualcosa di simile tenta anche la trilogia dell’abbandono. Qui si registra infatti il senso d’abbandono come sentimento generale di un’epoca, individuale e collettiva. Che il mondo risponda in qualche misura allo stato d’animo del soggetto poetico è un’antica eredità tardo-simbolista, da Raimondi però nuovamente vivificata tramite un permeante uso dell’analogia, anche e soprattutto a livello strutturale, oltre che formale (nell’alternanza tra versi e prosa). In Per restare fedeli, ad esempio, alla sezione Tutto verrà riconosciuto, in cui è massicciamente presente il tema dell’abbandono amoroso, fa da controcampo la precedente [Blog-Out], un racconto diaristico che fotografa la devastazione dell’invasione americana dell’Iraq nel 2003. Ed è qui che si svolge il centro nevralgico dell’intero libro, nel «parallelismo ustionante tra vicenda affettiva e devastazione bellica» (Pusterla). In [Blog-Out] l’esperienza amorosa, anche se tanto spesso nascosta tra polveri, macerie e devastazioni, quando emerge si fa esperienza per davvero fisica e carnale, perché circondata da pericoli esplosivi e corpi dilaniati, come si legge in questa breve quartina che, per lessico e tono, non può non ricordare alcune poesie di Ivano Ferrari:
Un vecchio con un braccio fasciato tossisce insistentemente […].
Stiamo vicino come in un mattatoio.
L’amore lo facciamo da qui dove
i sessi sono esposti sugli uncini.
Ogni massacro ha la sua pulizia.
Qui s’intravede inoltre un altro stilema tipico della poesia di Raimondi, ovvero la «struttura a due fuochi» (Di Dio) con cui si presentano i suoi testi, con una sorta di esergo-non-esergo dislocato sulla parte destra della pagina, che può presentarsi in forme diverse (prosa o versi), sia come citazione sia più spesso come ideale controparte del testo in versi che segue, «un vero e proprio testo altro, che nondimeno fa parte del testo che segue, pur essendone separato» (Di Dio). Ma il potere contrastivo-associativo dell’analogia gioca in questo libro anche su questo fronte, in particolare proprio sull’opposizione intonativa tra gli eserghi distaccati o cronachistici e l’elevazione lirica del testo in versi che li segue, come si può leggere in quest’altra poesia proveniente dalla medesima sezione, in cui addirittura l’esergo proviene direttamente da una pubblicazione giornalistica:
“Io mi auguro che la guerra duri il meno possibile, perché ogni giorno in più di guerra comporta sofferenze indicibili […]. Il risultato di questo conflitto non sarà certo quel che si vedrà sul campo […]. Sarà quel che ne conseguirà.”
Sapevamo come leggere insieme.
Anche queste poche frasi dicono
come fare per non sanguinare inutilmente.
Lasciamo che venga presto
la tua-mia colpa. Il rantolo
dei perdoni poco serve per passare
le notti colate nei rifugi.
Ma da qui il buio sembra diverso
fatto d’altro: riflette gli sguardi
brilla come una supplica
ha l’odore salato dei pianti.
In Per restare fedeli, dunque, l’abbandono è associato a una generale e fisica idea di crollo, che prende forma anche nelle pieghe della cronaca che si fa lentamente storia, o almeno la diventa tramite la scrittura, se si considera che le poesie si susseguono quasi come in un diario, giorno per giorno e in presa diretta, salvo poi uscire dieci anni dopo gli eventi che descrivono, quando ormai essi si sono appunto storicizzati. Si pensi, in questo senso, anche alla poesia Ci sono ancora cose da dire a Milano, in cui l’elenco di date tristemente note costituisce un vero e proprio calendario «di carne scoppiata». A ogni modo, è il tempo che si vive a rispondere con coerenza e risonanza all’interiorità del soggetto, che lentamente si sfila nel suo abbandono:
Molti cadaveri giacciono ancora per le strade colpiti a morte, sempre più gonfi, deformati, prima di imputridirsi.
Coprimi ora te ne prego
per la pietà rimasta. Basterà
poca terra per farti perdonare.
Non ho più che questa polvere
nelle vene di un colore che appassiona
gli angeli quando s’abbracciano piangendo.
Abbracciami dunque anche se te ne sei andata.
Fallo come un sogno: con la terra della casa
con le assi schiodate dalle finestre.
Le stesse cose te le porterei io
se fossi ancora qui. Lo giuro!
La predisposizione allo storytelling, che Raimondi deriva senz’altro dal magistero di Antonio Porta, lo allontana da una memorabilità del testo singolo a favore invece di un più ampio respiro poematico. Lo dimostrano anche altre opere di Raimondi, come le prose che compongono le Storie per taccuino piccolo piccolo (2022) o L’Antigone. Recitativo per voce sola (2023), o il già citato La città dell’orto. Tuttavia, soltanto la trilogia dell’abbandono tenta di estendere la dimensione del poema anche al di là del singolo libro: pur differendo in alcuni tratti, i tre libri che compongono la trilogia presentano una rigorosa unità strutturale (tutti sono divisi in quattro sezioni) e soprattutto intonativa. Anche per questo li si può interpretare come un unico, lungo poema.
Ciononostante, comunque, Il cane di Giacometti imbocca una strada diversa rispetto al libro precedente. Allo scenario bellico si sostituisce qui una maggiore intimità con le scene del quotidiano, vissute, lette e interpretate sempre tramite un fondo oscuro di bottiglia, che ne rivela il contrario quando meno lo si aspetta:
Anche una data è un abbandono, una parola rifugiata, una paura persa tra le mani di qualcuno, che da vicino resta a dirti quanto lontana sia la vita e fuori sono solo brani di case a cadere, a sentirsi lasciate stare dai soffitti, dai fili che si spezzano, dalle lampadine che scoppiano nel buio che si sventra contro un cielo, che si ferma e che racconta di chi è sceso nelle cantine a tremare, tra i respiri messi male. “Guardami da vicino, guardami come si annusano i cani tra le gambe per capirsi. Questo buio che sento piomba. Teniamoci fino a dove potremo vederci ancora, come questo corrimano che sale solo per poche scale senza muro”. Me lo dici mentre le feste degli anniversari finiscono e sono sempre qui le tue parole tolte dai rifugi, imparate a memoria anche dalle case.
Come nella poesia di Umberto Fiori, le case qui rivelano la loro «forza» nell’immobilità. In questo testo l’abbandono si fa crepa su una facciata, ancora crollo e ancora violenza: si legga con attenzione il campo semantico dei verbi che ricorrono nel testo, cadere, spezzare, scoppiare, sventrare, come se la guerra divenisse sottile elemento del quotidiano, lento disfacimento delle cose immobili, «lontana… la vita» e tutto il resto, nel «buio» dei «rifugi», nelle parole insomma. E traspare con maggiore evidenza, in tutto questo secondo libro, non tanto l’abbandono come distacco o separazione, ma l’abbandono come solitudine, quel sentirsi soli ovunque che prova davvero chi prende distanza dal mondo, dagli altri, da sé. Molte immagini, anch’esse spesso alquanto cinematografiche, si concentrano su questo senso di solitudine, proprio come una macchina da presa sui dettagli di una scena, e tentano così di declinarne le diverse fenomenologie:
Dimmi perché bisognerebbe partire andare via…
…alla fine sono i tombini qui
ad essere le gole dei paesaggi:
inizi d’imprevedibili distanze.
E la guardi la luce cadere
tra i ritagli e ti domandi se
sia davvero lì la fine, quella
che si smette di vedere.
All’abbandono e alla solitudine succede infine il perdono, che richiede tempo, controllo ed esercizio:
Si fanno di luce le promesse quando
il perdono ha tolto tutto a tutto, anche
da una parte all’altra del lenzuolo
steso sopra un corpo messo
sopra un fianco, vicino
ad un respiro fatto
apposta, piano.
Questo è infatti il tema che domina l’ultima tappa della trilogia, L’Atalante, che prende il titolo da un film di Jean Vigo. Il dato biografico, il «piccolo fatto vero» che sottostà a tutta la costruzione poematica, sebbene mai esibito qui viene ormai completamente spersonalizzato – lo si evince dalla presenza diffusa delle forme impersonali, come ha notato ancora una volta Fabio Pusterla – e anzi trasfigurato nella reiterazione della celebre immagine del «bacio dell’acqua» nell’Atalante di Vigo. Questo terzo capitolo è un vero e proprio distillato di poesia, in cui ogni parola assume un senso diverso rispetto ai capitoli precedenti e in cui i versi sono numericamente molto più preponderanti rispetto alle prose. L’analogia cinematografica permette a Raimondi di attingere a piene mani dal lessico acquatico («baciami con la bocca esatta, / quella nuova dell’acqua, baciami», «inizia da qui la magia dell’acqua: / su questa Atalante che non smette / di farsi canale, di cercarsi a furia di età», «non c’è acqua che s’arrenda / alla benedizione esatta dell’abbandono»), che gli permette così una metafora continuativa. Come l’acqua scossa da un sasso che la colpisce e forma cerchi concentrici sulla sua superficie, ecco che il perdono arriva a ripristinare la quiete di un tempo. Ma l’acqua è stata violata, anche se non si vede, anche se nessuno può saperlo. D’altra parte, nel film L’Atalante il bacio che Jules dà a Juliette sotto l’acqua è un ricongiungimento allucinatorio, è un’emanazione illusoria che corona un amore non più corrisposto. Sotto l’acqua, dunque, sotto i cerchi concentrici dell’acqua si nasconde quel futuro alternativo che è dato dai sogni. Oppure soltanto il mucchio di sassi che ne hanno squarciato il velo. O le parole della poesia, che è poi lo stesso:
Esistono parole sgolate,
bendate da portare, parole
che fanno carichi, spinte, fanno
tombe e come suppliche premono
le costole, i femori, le mani.
Non ci sono silenzi lunghi che bastino
a sventrarle, raffreddarle, portarle via
insieme a un debito, a un solo bene.
Sono queste le parole messe in fila: giudicate.
Sei tu a finire le frasi con la forza
di una carne devota all’acqua
a quel sale assediato dalle cicatrici.
Stefano Raimondi è nato Milano nel 1964. Sue poesie sono apparse nell’“Almanacco dello Specchio” e su “Nuovi Argomenti”.
Ha pubblicato Invernale (1999); Una lettura d’anni, in Poesia Contemporanea. Settimo quaderno italiano (Marcos y Marcos, 2001); La città dell’orto (Casagrande, 2002 ora La vita Felice, 2021); Il mare dietro l’autostrada (Lietocolle 2005); Interni con finestre (La vita Felice, 2009); Per restare fedeli (Transeuropa, 2013); Il cane di Giacometti (Marcos y Marcos, 2017); Il sogno di Giuseppe. La cisterna (Amos, 2019); Storie per taccuino piccolo piccolo, (Scalpendi, 2022). L’Atalante (Valigie Rosse, 2024).
Per il teatro ha pubblicato Soltanto vive. 59 Monologhi (Mimesis, 2016); L’Antigone. Recitativo per voce sola (Mimesis, 2023). È inoltre autore dei saggi: La ‘Frontiera’ di Vittorio Sereni. Una vicenda poetica (1935-1941) (Unicopli, 2000); Il male del reticolato. Lo sguardo estremo nella poesia di Vittorio Sereni e René Char (Cuem, 2007); Portatori di silenzio (Mimesis, 2012).
Curatore del ciclo d’incontri “Parole Urbane”, svolge inoltre attività docenza presso la LUA (Libera Università dell'Autobiografia di Anghiari) e Belleville - la Scuola di scrittura creativa. È tra i fondatori dell’Accademia del Silenzio e di LABB – Luoghi abbandonati, luoghi ritrovati. Laboratorio Permanente sui territori e le comunità (Università degli Studi di Milano). Dirige la collana di poesia “Eupalinos” (Jouvence).
