Tra l'illusione e il disincanto

Sul XVI Quaderno di poesia contemporanea e sul concetto di trans-modernità
11 Febbraio 2024

 

 

Nel XVI quaderno di poesia contemporanea di Marcos y Marcos la parola “disincanto” viene usata come forza centripeta che tiene assieme autori e autrici abbastanza differenti fra loro, accomunate e accomunati però dalla percezione che la storia umana sia in un certo senso giunta alla soglia di grandi rivelazioni e abbia sconfessato quattro delle grandi illusioni su cui ha fondato la sua crescita e la sua cultura fino a oggi: la terra non è più al centro dell’universo e l’uomo non è più la specie al centro della creazione (Galileo e Darwin), l’io non è più trasparente a sé stesso (Freud) e l’uomo non è più l’unico animale dotato di intelligenza (Turing). 

Sebbene pensi che quantomeno l’ultimo di questi “disincanti” sia ancora oggetto di dibattito, non è la prima volta che una rottura dell’illusione si impone severa nel dibattito culturale; ciò che sembra voler dire questo quaderno, almeno nelle parole dei suoi curatori, è che ora giovani poeti e poetesse abbiano fatto propria questa scissione e abbiano dismesso i panni di critici e di incendiari rivoluzionari per cimentarsi in un atteggiamento più descrittivo della realtà. Su questo punto Franco Buffoni ha insistito anche durante la presentazione del libro, il 18 novembre scorso, alla Libreria Popolare di Via Tadino a Milano, proprio come scrive anche nella premessa al volume: “Poete e poeti che non si fanno più alcuna illusione circa la possibilità di incidere sulla realtà del mondo in cui viviamo, ma che questa realtà non possono fare a meno di fotografare e dia trasmettere filtrata attraverso la mediazione artistica” (p. 9).

Tale cambiamento sarebbe la cartina di tornasole di una trasformazione sociale, o dell’avvenuta sedimentazione di certe trasformazioni sociali legate alla rivoluzione tecnologica degli ultimi vent’anni. Francesco Ottonello — nel suo commento Alla soglia transmoderna del ‘XVI Quaderno’: sguardi incrociati sui Quaderni Italiani di Poesia Contemporanea su MediumPoesia, qui https://www.mediumpoesia.com/alla-soglia-transmoderna-del-xvi-quaderno-o... — lascia intendere che dietro la mutazione sul piano letterario sia avvenuta anche una mutazione ben più ampia: “La poesia ipercontemporanea può forse sondare nuove possibilità di esistere in un nuovo paradigma di ‘transmodernità’: l’esistenza nel bilico dell’irrealtà, la vita nella virtualità che invade la realtà, la guerra a pezzetti che si riproduce (anche e non solo) nei cervelli iper-notificati” e poi ancora un poco avanti: “Quella che era la coscienza dell’individuo postmoderno all’interno di questo paradigma si fa social: un individuo nuovo nel mondo delle reti”.

Un nuovo mondo conquistato dalla tecnologia insomma, in cui l’uomo non è più il punto di vista privilegiato di niente, ma il suo sguardo, sciolto nella miriade delle sue conoscenze (o meglio, nella miriade dei suoi dispositivi), è privato di una qualsiasi soggettività e retribuito da una complessità  prima inconcepibile. 

Più che discutere se questo ragionamento sia valido per le poesie del Quaderno, mi chiedo se possiamo definirlo valido a priori, ossia se veramente noi siamo la società e l’epoca del disincanto e del trans-moderno. E questo non per desiderio di muovere una sterile critica destruens al ragionamento, ma per evidenziare la resistenza di altro, nel timore che una poesia più legata alla soggettività possa essere stigmatizzata come passatista o addirittura priva di valore.

Anzitutto credo sia importante, nonostante sia anche ovvio, ricordare che la prospettiva della transmodernità vale solo per le condizioni che sta vivendo l’occidente, con il suo stile di vita e con il suo bagaglio culturale e post-illuminista: in che modo infatti potrebbero comprendere la fine dell’individuo luoghi in cui la tecnologia non è arrivata in modo altrettanto pervasivo o in cui il concetto stesso di individuo nel senso illuminista non si è mai formato?

Allo stesso modo poi mi viene da dire che anche in occidente a vivere nella trans-modernità sono in pochi, almeno a viverla e a sfruttarla a proprio vantaggio. Per la maggior parte degli abitanti di questo nuovo secolo, il mondo appare come confuso e incomprensibile, a tratti addirittura respingente: le nuove scoperte tecnologiche e le nuove coscienze psicologiche e sociali che si sono affermate creano in primo luogo un profondo senso di disorientamento, capace di generare angosce e sofferenze. Mi sembra infatti che soprattutto ora non sia tanto l’autodeterminazione a vigere nei processi creativi e nella formazione dell’individuo, sia per quanto riguarda le sue idee sia per quanto riguarda le sue emozioni, ma l’emulazione e un sistema assolutamente etero-diretto.

Ciò che abbiamo di più intimo è costantemente minacciato dalla grave pervasività dei nuovi mezzi di informazione, che ormai non in-formano più ma soprattutto formano le nostre coscienze, e lo si vede molto bene nell’impatto che questi hanno nelle nostre vite, dal momento che le nostre propaggini digitali sono diventate maschera di noi stessi nel senso antropologico del termine: non solo e non tanto velatori dell’identità che si sovrappongono come "orpelli", ma potenti mezzi creatori di identità di cui non siamo proprietari. 

Lungi dall’essere diminuita, la pressione sociale è aumentata, così come uomini e donne si liberano dagli stereotipi di genere antichi, ma vengono sottoposti a nuove tensioni e nuovi meccanismi di emulazione più intimi e crudeli: è la logica della società dei consumi, descritta già molto bene e di cui non bisogna mai dimenticarsi. Non mi sembra che siamo diventati individui liberi; semmai siamo diventati tutti consumatori. Da questo punto di vista ho il timore che limitarci in un atteggiamento “descrittivo” della realtà sia pericoloso, perché accettare acriticamente la fluidità significa anche abbandonarsi all’appiattimento, mentre la soggettività svolge un ruolo fondamentale, in poesia come nelle nostre esistenze.

Mi rendo conto di come qui il discorso esuli dal mero piano letterario e chiami in causa esperti ed esperte di molte altre discipline, quali le neuroscienze cognitive, la psicologia sociale, la sociologia e l’antropologia; ma almeno per darci un abbrivio mi sento di definire la soggettività come quel coagulo di tensioni e pulsioni che costituisce la parte più profonda del nostro essere e che offre la resistenza su cui poi tutte le altre stratificazioni si spuntano e si affinano prima di entrare in noi. Si tratta insomma anche di tutti i bias o di tutti i pregiudizi che permettono la nostra relazione con il mondo interno ed esterno e il cui scioglimento nel liquido della nostra modernità è impossibile. 

Va anche considerato che la soggettività offre una resistenza che se soffocata può sfociare in insofferenza, frustrazione e magari in violenza, o forse in passività, e questo ha dei rischi.  Non è un caso che Stefano Modeo, uno dei poeti selezionati dal XVI quaderno, alla presentazione tenutasi a Milano a fine novembre abbia detto che uno dei rischi del disincanto è il nichilismo. 

La capacità di illudersi, o di incantarsi, è la capacità di abbandonarsi a ciò che abbiamo di interiore, la capacità di scoprire in noi analogie e differenze, attrazioni e respingenze cruciali: mi sembra che proprio questa illusione sia ciò su cui poggia la nostra potenzialità metaforica, ossia la nostra capacità di intendere il mondo comunicante con noi. Da questa capacità derivano gli slanci che ci permettono di agire sulla realtà, senza i quali che cosa saremmo? Elizabeth Kolbert in La sesta estinzione, o Telmo Pievani in Homo sapiens e altre catastrofi, dicono (e qui semplifico) in qualche modo che la capacità creativa dell’essere umano, la capacità di immaginare e di convincersi dell’esistenza di certe illusioni sia alla base del successo evolutivo dell’uomo. 

È importante che il dato biologico — con il suo magma emersivo — resti inestinguibile rispetto al meta-verso su cui non abbiamo potere e che proprio riappropriandoci di questa complessità interiore in modo critico possiamo proporci al mondo e riappropriarci della realtà. 

In mia opinione la poesia e l’arte svolgono questo lavoro. Lungo la storia della letteratura più volte i poeti sono stati definiti come coloro che scrivevano e parlavano in ascolto di qualcosa di “altro”, che fossero gli dèi per il mondo antico o il sentimento per i romantici o l’inconscio junghiano per gli autori del Novecento. Bisogna stare attenti a stilizzare le epoche senza rispettarne la specificità, è vero, ma a me sembra si sia sempre parlato dell’ascolto di una voce che da qualche parte canta, per utilizzare un’immagine, ossia l’ascolto e la trascrizione in segni di lingua e di cultura di tutte le tensioni che in noi si agitano, cozzano e riemergono con potenza nell’espressione. 

Ovvio che l’illusione è quanto di più malleabile dal potere esista, ma privarsene è forse anche peggio. 

È ormai chiaro — ne parla molto bene il fisico Enrico Bellone nel piccolo e prezioso libro Qualcosa là fuori — che sia il cervello a creare la realtà che viviamo: non solo i colori e altre qualità superficiali degli oggetti sono un’invenzione della mente, ma anche il concetto di tempo, il concetto di spazio e soprattutto anche il concetto stesso di oggetto. Sono tutte illusioni di qualcosa là fuori. L’essere umano vive nel mistero e nelle allucinazioni che questo mistero produce e cionondiméno vive, dorme, si alimenta, costruisce legami e muore perdendosi di nuovo. 

Tutto questo è l’incanto, e questo credo che vada tutelato perché costituisce una delle parti più intime della specie umana. Se è il compito delle cosiddette scienza naturali leggere la realtà in modo matematico, leggere quel qualcosa là fuori al di là delle nostre percezioni illusorie, credo sia il compito della poesia riempirsi di queste percezioni e dare a loro un ordine sociale. Non importa che la nostra coscienza sia il prodotto di tensioni elettriche in un ammasso di cellule, e forse nemmeno importa che queste cellule si rinnovano ogni sette anni, come dice Antonella Anedda — ciò che conta è che esistono e noi da loro esistiamo, e di noi abbiamo percezione e nella prigione del noi non possiamo fare altro che vivere.

Per dirla con de André, “L’uomo potrà anche conquistare le stelle, ma le sue problematiche fondamentali sono destinate a rimanere le stesse per molto tempo se non addirittura per sempre”. Quindi, per quanto possiamo vivere nella società liquida e nella trans-modernità, sempre ritorneremo a noi stessi e sempre dovremo ascoltarci e leggere i poeti che si sono ascoltati, con quel senso intimo che ha il verbo all’inizio de I limoni: “Ascoltami”. 

Che l’individuo sia in crisi penso sia un fatto certo e da non sottovalutare, ma penso altrettanto che noi non possiamo che esserlo, individui, unici, illusi, e forse anche lirici. 

E non dobbiamo rinunciarci. 

 

 

 

 

 

 

La redazione offre la propria disponibilità per pubblicare eventuali interventi di risposta da parte delle autrici e degli autori inclusi e incluse nel XVI quaderno